Maryam: la forza unificatrice dell’amore

Kairós: nel cartellone della Fondazione Teatro Tina di Lorenzo lo spettacolo Maryam con la regia di Marco Martinelli. Di seguito l’interessante recensione a firma di due maturandi del Matteo Raeli.

L’amore è mistero umano e divino, è forza che supera ogni male, unisce culture diverse, costruisce nuove identità. Questo è il senso profondo di “Maryam”, lo spettacolo della compagnia ravennate “Teatro delle Albe” visto sulla scena del Teatro “Tina Di Lorenzo” di Noto il 17 Marzo scorso. Protagonista dello spettacolo è stato il suono puro della voce di Ermanna Montanari, capace di sprigionare, con voce lacerata dal dolore, le preghiere di tre madri che sono state derubate della loro parte migliore.

Il testo di Luca Doninelli risulta più attuale che mai in un momento storico in cui il dialogo con l’Oriente appare sempre più urgente. Lo scrittore a Nazareth ha assistito ad un episodio apparentemente singolare: la visione di donne musulmane che si recavano alla Basilica dell’Annunciazione per pregare Maryam, la Madonna, madre di Gesù anche nel Corano.
Ne sono scaturite tre storie intense che trasportano lo spettatore in un mondo lontano e offrono la possibilità di immergersi in una cultura diversa, di comprenderne le problematiche ma, soprattutto, di sentirsi finalmente un unico popolo accomunato dallo stesso principio: l’umanità. E ne è venuto fuori soprattutto lo spettacolo riscritto per la scena da Marco Martinelli. Così Zeinab, Intisar e Dhouha hanno perso i propri figli e questo dolore lancinante le spinge a rivolgersi a Maria, che ha vissuto la stessa sorte.

La preghiera di Zeinab rivela una società androcentrica, che vede le donne private di diritti ancestrali come quello di essere padrone del proprio corpo e di crescere i propri figli: sua figlia ha avuto il coraggio di dichiarare che suo zio ha tentato di violentarla e alla morte del padre viene venduta come prostituta senza che la madre potesse far niente, se non stare in silenzio ed evitare che il cognato uccida l’altro figlio.

La seconda è la voce di Intisar che racconta di come la madre abbia perso il senno e ora vaghi per la città in balia dei soldati. E’ la storia di una madre a cui vengono offerti dei soldi per ripagarla della morte del figlio suicidatosi come kamikaze nella piazza del mercato e rappresenta il dramma della guerra e di una vita bruciata perché contaminata dall’impurità della menzogna e del fanatismo.

Infine c’è Dhouha, costretta dalla famiglia a sposare uno straniero, che la abbandona dopo aver visto suo figlio nascere e ritorna per portarlo via. Il viaggio sul barcone, dal quale il padre vede il figlio annegare, è la fine di tutto. Sono donne talmente soffocate dal dolore che si lasciano andare ad espressioni di forte rabbia e arrivano a dubitare della loro stessa bontà solo perché la vita è stata troppo crudele con loro. Non riescono a superare la perdita innaturale di una parte di loro e si rifugiano nel sogno, nelle allucinazioni e nella preghiera, l’ultima ancora di salvezza. Tale tormento interiore colora di nero il velo che separa lo spettatore da quelle donne oranti, che protegge un momento di intimità disarmata e proietta preghiere in lingua originale e immagini di quel che resta di città distrutte dall’avidità dell’uomo.

Anche il costume rispecchia la condizione emotiva delle protagoniste: una giacca di pelle larga, rosso, di quelle che si trovano nei mercatini, rimane l’unico legame con un marito o un parente strappato ingiustamente dalle armi. Le musiche contribuiscono a render tutto più incisivo e si strutturano in un climax emotivo che culmina con l’apparizione finale della Madonna. Tuttavia, nemmeno Maryam, invocata dalle madri come vendicatrice, potrà lenire il loro dolore:

«Vi ho ascoltate ma non posso fare nulla per voi, né darvi giustizia, né offrirvi vendetta. Se avessi potuto salvare mio figlio dalla croce, credete che non l’avrei fatto?».

Maryam meglio di tutte comprende il dolore provato da tutte le madri private dei loro figli, così si sveste dei panni di personaggio sacro e conforta con calde parole le donne:

«Voi mi amate, e io amo voi, perché abbiamo vissuto lo stesso dolore e finanche comprensione per quel Dio Padre silente che ha abbandonato il suo figlio da solo sulla croce al cospetto della sua Passione. Il vostro dolore è il mio e mi lacera le carni ancora oggi. Le vostre lacrime sono state già piante da Dio nell’attimo della creazione».

Così l’onnipotenza dell’amore supera quella del Creatore a cui il dolore di queste madri è sfuggito. Maryam promette di non dimenticare queste donne e di custodire le loro preghiere sempre con lei «lì nel cuore del mondo dove nessun figlio muore».

Recensione a cura di Giorgio Aruta e Chiara Fichera della V A, Liceo Classico.

 

 

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