L’amore: dalle serenate alle emoji su Whatsapp – X edizione “Volalibro”

Giorno 12 Marzo si è svolto presso la sala Gagliardi del comune di Noto un fantastico incontro a cura del cantautore Mario Incudine, il poeta Pietrangelo Buttafuoco e il maestro Antonio Vasta.

Sin dalle prime battute, il poliedrico cantautore ennese ha subito affermato con certezza che la poesia non passerà mai, resiste al tempo e allo spazio ed è un elemento di unificazione (così come la musica). Nonostante da più parti si dica che “non si scrive più”, “non si poeta più”, si ha un viscerale bisogno di poesia, un bisogno di esprimere un sentimento universale. Il sentimento universale a cui si fa riferimento è, naturalmente, l’amore: tutto l’universo obbedisce all’amore in tutte le sue forme; l’amore è un sentimento talmente sfaccettato che non può essere descritto in modo univoco.

Mario Incudine

L’uomo comune prende in prestito le parole del poeta per far suo il sentimento che vuole esprimere, ed è quello che avviene anche con le serenate. In Sicilia le serenate sono un rito vero e proprio e servono sia per dichiarare il proprio amore, sia per ufficializzare l’evento al cospetto della collettività: dice Buttafuoco che “fare la serenata è un fatto collettivo, non privato”.

La serenata ha una struttura ben fondata, è composta da tre canzoni: con la prima canzone si annuncia la presenza del cantore, con la seconda la finestra dell’amata si apre, la donna accetta il fidanzamento ufficiale e quindi il matrimonio, con la terza canzone viene sancita la partecipazione del quartiere, quindi diventa una dichiarazione pubblica, la vita sociale ne è investita e, da questo momento, il paese è in festa.

Se, però, la ragazza non si affaccia, quindi la finestra rimane chiusa (raramente per volontà della donna, più volte per la mancata accettazione da parte del padre), la serenata volge allo sdegno e c’è una quartina che descrive questo in modo eloquente: “Affacciati alla finestra, occhiuzzi latri. / Si nun t’affacci ti rumpu li vitri; /ti li rumpu a corpi ri petri / e poi affaccia ‘ddu crastu ri to patri”.

Esilarante è stata la richiesta di intervento, da parte di Incudine, del poeta Buttafuoco che ha tradotto i versi in italiano, dimostrando che sono intraducibili.

Il richiamo all’attualità ha condotto il discorso sull’uso e abuso che oggi si fa delle emoticon su WhatsApp: forse sarebbe il caso di tornare a corteggiarsi con le poesie, le serenate, le canzoni!

Un momento di alta poesia è stato quando Mario Incudine ha preso in prestito le parole di Pirandello in Liolà per descrivere il sentimento dell’amore:

D’un regnu di biddizzi e di valuri
avi a èssiri ô meno la riggina,
chidda chi mm’avi a vvinciri d’amuri
chidda chi mm’avi a vvinciri lu cori,
chidda chi mm’avi a mettiri a ccatina.

Haju pi ciriveddu un firrialoru:
lu ventu sciuscia e mi lu fa girari.
cu mmia lu munnu gira tutt’a ccoru,
e nun cc’è vversu ca si po’ firmari
e nun cc’è vversu ca si po’ firmari.
L’amuri havi quattru’arvuli hhiurati,
unu d’aranciu, n’autru di lumia,
n’autri di gersumini spampanati,
n’autru la rama di la gilusia
chi fa l’amanti tutti disperati.

In Sicilia non ci si innamora, si “esce pazzi”, la testa diventa come una girandola, il vento entra nei pensieri e comincia a spararli nel cielo come il più bello dei fuochi d’artificio, tutto diventa favoloso, colorato.

Dal punto di vista tecnico, Incudine chiarisce che il metro della serenata è uguale a quello che si utilizza nella poesia tradizionale, bisogna solo sceglierlo in modo funzionale a ciò che si vuole raccontare: si va dall’endecasillabo, al settenario, ottonario, senario, ecc.

La forma standard della serenata è il sonetto (due quartine e due terzine di endecasillabi) e non si può non ricordare la tradizione della Scuola poetica siciliana e Jacopo da Lentini (Amore è uno desio che ven da’core).

Tutto, insomma, è governato dal metro, dal ritmo, dal verso a cui si adatta la musica che è, per la strofa, in minore, per il ritornello in maggiore, secondo la classica struttura della romanza.

La “zita” è identificata con il nome Rosa e lì si pensa a Rosa fresca aulentissima di Cielo D’Alcamo.

Non c’è una regola per scrivere in siciliano, così come non c’è un siciliano universale, si tende a scrivere come si parla, in base alla parte della Sicilia da cui si proviene.

Articolo di Samuele Rizza, Roberta Masini, Vittorio La Rosa, Salvo Carnemolla – IIIA Liceo Scientifico

La IIIA del Liceo Scientifico a Volalibro incontra Mario Incudine, Pietrangelo Buttafuoco e Antonio Vasta
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