La straordinaria storia ordinaria di un amarsi particolare

Il sipario del primo giorno di Codex Festival vol. 6 si è aperto sul pluripremiato Due passi sono, scritto, diretto e interpretato dalla copia Carullo-Minasi, della compagnia omonima.

Il Teatro Tina Di Lorenzo di Noto ha permesso al suo pubblico di ascoltare, la sera del 14 settembre, la storia – piccola piccola – di Cri e Pe.

I due vivono dentro una scatola fatta di routine e di tutte le loro paure, compresa quella di scoprire, eventualmente, che il mondo fuori è sì troppo grande per i loro personaggi minuti, ma sconfinato e libero. Nelle loro quotidiane conversazioni prive di un filo logico, è racchiusa la frustrazione di essere solo in due, in quella stanza/casa grande quanto uno sgabuzzino (composta dagli eloquenti oggetti di scena scelti della scenografa e costumista Cinzia Muscolino).

Cri, con i suoi atteggiamenti materni e protettivi, che usa come strumento di prevaricazione, cerca in ogni modo di dissuadere il compagno dal desiderio di esplorare il mondo fuori, rassicurandolo sul fatto che in casa c’è già tutto ciò che serve loro per vivere: farmaci, acqua – che a lui non è concesso bere -; indumenti; pane – al quale però non devono attingere perché potenzialmente pericoloso – e, ultima ma non meno importante; la sicurezza dei mostri del mondo esterno, nonché, in senso più ampio, da quelli del futuro.

Sin dall’inizio sembra essere insito in Pe il desiderio di evadere e di scoprire, ma alla fine sarà una metamorfosi di Cri a ribaltare le intenzioni e a far sì che ella si immoli per la giusta causa: farà appena “due passi” per uscire dalla trappola di paure, cliché e abitudini che li tiene prigionieri e vedere semplicemente una collina, un paese, il mare, ma come mai aveva potuto vederli dalla finestra della loro casa/gabbia. Il mare, quello che “da lontano non è come il mare da vicino: è fermo, non ha odore, non fa rumore, sembra finto” ma che, facendo due passi, ha anche le onde, gli spruzzi, i pesci, è vivo.

La loro piccola realtà che viene stravolta ci insegna che “alla fine si può anche essere felici, ma per essere veramente felici bisogna averlo visto almeno una volta il mare da lontano, bisogna avere creduto almeno una volta che fosse tutto finto.”

In effetti l’amore che temevano sarebbe finito in rovina allontanandosi dal loro nido sicuro, si sprigiona invece nell’aria fresca del mondo esterno e si trasforma in parole d’amore, che sono poi le promesse di amarsi “di un amore particolare”, di amare la terra, la vita e la sua precarietà.

Chissà che la meraviglia dello scoprire che le cose sono diverse da come ce le aspettavamo non sia la stessa meraviglia di scoprire che amiamo la vita anche quando questa è fatta “di malattia, fame e di tutti i limiti dello stare”.

 

Sofia Chiara Civello

Liceo Classico A. Di Rudinì, Noto.

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